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Cenni storici

L’Istituto sorge nel 1886 con il nome di Ricovero di Mendicità Vittorio Emanuele   II, trasformato nel 1925 col nome meno umiliante di Casa di Riposo sempre sotto  l’ala protettiva del Re tolto tuttavia di mezzo subito dopo l’avvento della  Repubblica; se scompariva l’insegna di quello comunemente chiamato Re  galantuomo, di certo continuava intatta la fervida attività dell’Istituto, che con il  passar degli anni veniva notevolmente ampliato e arricchito di vari reparti  collaterali. Con la storia della Casa di Riposo fortemente-intimamente collegata alla  vita sociale forlivese, era indispensabile allora un aggancio fra l’una e l’altra delle  due situazioni ambientali: l’Ospizio e Forlì.

L’ospizio, inizialmente adatto per i mendicanti, come parziale sollievo dalla miseria, diveniva appunto per alcuni decenni emanazione diretta di quella squallida e nera  calamità, cruda cornice di una abbagliante ed effimera bella èpoque forlivese.  La  indigenza, la fame cronica, formavano così un inerte corpo, per buona parte della  città, cinto da una grossa e impietosa catena in cui venivano strette:  disoccupazione, analfabetismo, deficienze igienico-sanitarie che finivano per  soffocare la vitalità, la forza di un miserevole strato sociale che non riusciva ad  emergere. Anche da questo stato di fatto seguivano inevitabili tensioni sociali che  aggiunte ai fatti politici fra i partiti e le fazioni spesso tesi e incivili, provocavano  lo scotto di una serie inarrestabile e incredibile di misfatti, omicidi, ferimenti e,  soprattutto, suicidi.

A tutto questo anche se i danni provocati erano forse minori – si devono  aggiungere le lotte, le battaglie che coinvolgevano in particolare i ragazzi, i giovani  vanamente fieri di battersi a sassate, di colpirsi, anche di mutilarsi nelle impietose sfide – Rione contro Rione – fuori le antiche mura per una effimera supremazia di  quartieri o di individui che sollevavano le indignate proteste dell’intera  cittadinanza.

 Il Governo dei Savoia e prima ancora lo Stato Pontificio, avevano sempre cercato  di alleviare la triste situazione attraverso forme di beneficenza o di filantropia di  scarsa efficacia. Fra la fine del Settecento e i primi sessanta anni dell’Ottocento  (ma avremmo potuto risalire facilmente a secoli addietro) erano sorte e sorgevano  varie istituzioni di solidarietà che sotto l’egida papale o sotto la protezione di  privati benemeriti, cercavano di lenire la miseria e la fame. Prima ancora nei secoli  più lontani, vivevano Monti di Pietà, ospedali, congregazioni. Ma tutto  inevitabilmente si svolgeva – allora come nell’Ottocento – secondo una pratica  individuale che solo in superficie coinvolgeva lo Stato il quale lasciava queste  iniziative solidaristiche o a istituzioni religiose o ai privati o alle municipalità che  facevano quel che era a loro possibile.

Ancora prima che sorgesse il Ricovero di Mendicità (gennaio 1886) a Forlì era  tutto un brulicare di modesti Enti assistenziali tutti o in gran parte sollevati dalla  beneficenza cittadina, dai singoli che aiutavano i derelitti. Nascevano così o erano  in funzione piccoli ospizi, miserabili tuguri puzzolenti e senz’aria, colonie marine,  cucine economiche che alimentavano negli inverni a prezzi bassissimi o  gratuitamente le famiglie più sfortunate con una minestra e un pane e che  manterranno la loro efficienza addirittura fin dopo l’avvento del fascismo. I  giornali, i libri, gli opuscoli del tempo (e anche di un tempo non troppo lontano)  erano pieni di voci di incitamenti alla solidarietà laica o cattolica per lenire le  sofferenze dell’uomo, per dimostrare che l’uomo non dimenticava il fratello più  sfortunato. Ne veniva allora una gara fra i cittadini alla solidarietà e all’altruismo.

Il Comune, è vero, nel limite delle sue disponibilità, si batteva con abbastanza  energia, ma era inevitabilmente lungo nelle soluzioni, come si vedrà meglio e in  particolare al momento della costituzione del Ricovero di Mendicità alla cui  formazione, alla cui organizzazione e solidarietà finanziaria daranno un contributo  notevole la locale e benemerita Cassa dei Risparmi, il Comune stesso, il famoso  tenore forlivese Angelo Masini, Enti, Circoli privati, innumerevoli cittadini laici (la  gran parte), e religiosi. Ad alto o ad altissimo livello non mancavano e non  mancheranno certamente a favore del nostro Ricovero le offerte sempre generose dei Reali d’Italia, dei politici come il forlivese Alessandro Fortis o Francesco  Crispi e, venendo avanti con gli anni, di Capi di Governo come Benito Mussolini. 

Ma anche con il Regime fascista lo Stato che non riusciva a procurare il lavoro per  tutti e a eliminare i larghi strati della povertà, si trovava obbligato anche qui  attraverso la serie degli Istituti benefici che erano in gran parte gli stessi di un  tempo, a contribuire al mantenimento dei disoccupati e dei poveri. Tuttavia il  Regime, anni dopo la presa del potere con una serie di provvedimenti assistenziali  che andavano dalla Previdenza sociale, agli asili nido nelle fabbriche, alle colonie  marine, montane o fluviali, in un coinvolgimento di massa degli assistiti, superava il  concetto ottocentesco del vecchio stato liberale della Beneficenza e della  Filantropia per arrivare al concetto dello Stato assistenziale più capillarmente  vicino ai cittadini più bisognosi. E’ opportuno inoltre rilevare che il Regime con una  serie imponente di lavori pubblici, che specialmente a Forlì trovarono larga  esecuzione, riusciva a diminuire le difficoltà di coloro che più soffrirono in  passato. Ma infine la guerra (1940-45) colpiva duramente la città con quanto di  positivo aveva realizzato con opere pubbliche il Regime; venivano allora distruzioni o danni di stabilimenti industriali, abitazioni civili, luoghi religiosi e a centinaia i  morti civili, sia per i bombardamenti aerei, sia nelle rappresaglie di guerra, sia  nella battaglia per la conquista di Forlì, fra l’esercito alleato avanzante e il tedesco in ritirata. Il conflitto aveva compiuto danni incalcolabili nelle Nazioni, in Italia, a  Forlì, provocando un ritorno in tanti casi allo stato primitivo; urgeva allora  risanare, rifare, ricostruire quanto era stato distrutto e danneggiato dalle bombe  e, purtroppo, da uomini incivili.

Fortunatamente la Casa di Riposo forlivese, pur nelle gravissime difficoltà del  momento, riusciva a superare indenne o quasi le calamità belliche. Appena sfiorato  il monumentale fabbricato, nessun danno (salvo un lieve ferito) da lamentare fra i  ricoverati e i dipendenti e gli innumerevoli sfollati che nell’Istituto avevano  trovato momentaneo rifugio. Il mangiare, pur con le varie restrizioni e difficoltà,  non era mai venuto meno.

Con la fine del conflitto, con la nascita della Repubblica (1946) che avrebbe dovuto sobbarcarsi il durissimo impegno della ricostruzione politica, morale, economica della Nazione, rifiorivano speranze di nuova vita, specialmente nella repubblicana Forlì. Dopo le prime grandissime naturali difficoltà per l'Italia sconfitta e dilaniata da lotte intestine, si iniziava a dar mano al lavoro, si ricostruivano e si modernizzavano le officine, si edificavano palazzi, scuole, si riparavano le strade con gran beneficio dei lavoratori fino ad arrivare in particolare al periodo a cavallo degli anni Sessanta chiamato, con il nome ormai storico di boom, ad un evidente successo e a una ripresa economica di notevole consistenza. Molti degli Enti di assistenza scomparivano, altri invecchiavano, forse per venire incontro a miserie più nascoste ed impossibili ad eliminare o a lenire in altra maniera; gli elenchi dei poveri del Comune - piaga di un tempo - si assottigliavano e finivano praticamente per scomparire. La miseria tradizionale e cronica era dunque superata e lo si vedeva nel vestire della gente, nell'aumentato numero dei mezzi meccanici in circolazione, nei ristoranti e nei pubblici spettacoli sempre gremiti di gente; e lo si notava anche o in particolare dai "movimenti" della Casa di Riposo che veniva notevolmente ampliata (cose un tempo quasi mai fatte) con i diversi padiglioni collaterali: "Giovan Battista Rivalta", "Bruno Angeletti - Malvina Gamberaldi e Francesco Chiadini" , "Vanna Polignieri Violani", "Pina Magnani e Giannina Angeletti".

E' forse inutile sottolineare che se nei primi decenni del benemerito Ricovero di Mendicità i ricoverati (molti i mendichi) erano accolti a titolo assolutamente gratuito, con il passare degli anni le situazioni cambiavano radicalmente; si finiva con il concedere l'ospitalità anche a persone a pagamento e pian piano negli ultimi tempi e con la fondazione dei nuovi reparti si arrivava, pur con le obbligate eccezioni, ad una parziale pianificazione delle rette e, in più allo stesso trattamento nel vitto e nella ospitalità, per tutti indistintamente. Crediamo intanto di non dire cose inesatte se affermiamo che l'attuale modernissimo complesso della Casa di Riposo, restaurato nella parte monumentale, ampliato, reso più funzionale nel vasto ed accogliente parco e all'interno con sale di ritrovo, il bar, il teatro, la parrucchiera, non è che lo specchio di quello che è nello stesso tempo la Città accresciuta nel benessere pur con le difficoltà che inevitabilmente rifiorivano nell'ambito occupazionale per maggiore e continua solidarietà finanziaria del Comune, ma soprattutto per l'immensa commossa partecipazione di una folla innumerevole di cittadini i quali fin dalla fondazione dell'Istituto con i loro modesti oboli oppure con somme di ragguardevole entità avevano reso possibile l'imponente realizzazione benefica.

Non si può naturalmente chiudere il discorso senza nominare la più che benemerita Cassa dei Risparmi di Forlì ( ora Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna) impegnata dalle origini ad elargire cifre considerevoli - ordinarie o straordinarie - ora erogate dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, per il buon andamento dell'Istituto; come non si può dimenticare , anche se per motivi diversi, il personale laico e religioso sempre ligio al proprio dovere e il Consiglio di Amministrazione meticoloso e appassionato curatore degli interessi umani, economici, sociali della Casa di Riposo e dei suoi Ospiti.

Con il tempo la denominazione Casa di Riposo si è aggiornata, ora parliamo di "Residenza".   


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